La Città Invisibile - La Famiglia di Luisa

Il destino dei familiari di Luisa e Silvia, nei campi di concentramento nazisti, dal loro albero genealogico. Complessivamente, nella loro famiglia allargata, furono 21 le persone ad essere deportate in Germania. Solo 2 fecero ritorno a casa.
I dati sono tratti da "Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall'Italia (1943-1945)", di Liliana Picciotto Fargion (Mursia, 1991), con rielaborazione grafica dell'autore del progetto. Solamente attraverso questo libro, frutto della ricerca decennale da parte del Centro Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano, Luisa e Silvia hanno avuto la certezza della sorte dei loro familiari, ricostruendo con date e luoghi i passaggi della cattura, della deportazione e di quel che ne era seguito. Fino ad allora non ne avevano avuto più alcuna notizia, da quando ("come avveniva in questi casi") era stato, tanto laconicamente quanto pietosamente, detto loro che "erano partiti per destinazione ignota".

Segue la conclusione del racconto di Luisa, in cui rievoca la visita compiuta ad Auschwitz, quando il destino dei loro genitori e familiari, pur ineluttabile, era ancora vago, e dove considera la loro memoria come missione, come responsabilità inevitabile, per rispetto nei loro confronti, lì dove non ne avevano avuto, e verso le generazioni che verranno.

 

Luisa e Silvia nel 1950(...) Entrambe, ogni volta che alla televisione vedevamo le immagini della guerra, di quella guerra, pensavamo ai nostri cari. Ci abbiamo pensato tutta la vita, a tutti loro, a nostra mamma a cui dovevamo la vita e ad Auschwitz dove erano scomparsi. Come potevamo evitarlo? Li hanno inceneriti nei forni, dopo averli uccisi col gas. Volevano cancellarli dalla storia, come se non fossero mai esistiti. Come avremmo potuto, proprio noi, non pensarli? Come avremmo potuto, anche noi, dimenticarli?
Ci andammo pure noi, ad Auschwitz, intorno agli anni Sessanta, quando, anche senza averne ancora certezza, ormai avevamo capito la loro sorte.
Fu una gita organizzata, non so da chi. Ricordo il viaggio, faticosissimo, con partenza da Forlì in un pullman tutto scalcinato, e le attese estenuanti, anche una mezza giornata, per i controlli ogni volta che si attraversava una frontiera. E poi l'arrivo al campo. All'interno incontrammo un viale con tante tombe, una per ogni nazionalità coinvolta nell'eccidio. Erano simboli, senza salme sepolte. E per terra c'era della ghiaia fine. L'accompagnatore ci disse che era composta delle ossa di quelli che erano stati massacrati. A me e mia sorella venne un primo, lungo brivido. Poi ci mostrarono montagne di valigie, con sopra ancora i nomi di coloro che le avevano portate con sé per quell'ultimo viaggio. Tra noi ci chiedemmo in seguito che cosa sarebbe accaduto se in quell'istante avessimo scorto quelle di mamma e di papà, le valigie con i loro nomi sopra. Non so, neppure ora, cosa sarebbe successo. Probabilmente fu una fortuna non averle viste. Quindi vedemmo le docce, da cui calavano il gas zyklon per asfissiarli, ed il carrello che, su un binario, faceva la spola tra le docce ed i forni dove cremavano i corpi.
E quello è il destino che si prese papà, mamma, le zie e tutti gli altri. Subito, appena arrivati al campo. Ed io e Silvia non siamo mai riuscite a risponderci del tutto, se sia stato meglio così, per quanto atroce sia stato questo pensiero. Atroce, quanto il loro destino. Forse sì, forse è stato meglio che siano tutti morti subito, perché sapevamo quanto avrebbero sofferto, più di quanto sarebbero stati capaci di resistere, se, superando la prima selezione, avessero seguito la stessa sorte di Primo Levi che era sul suo stesso convoglio e che poi alla fine riuscì a salvarsi. Lui era molto più giovane, aveva solo 24 anni, non 60 e oltre. Lui poteva sopportare meglio la fatica ed inoltre era laureato, potevano sfruttarlo come chimico. I nostri familiari, invece, avrebbero patito, ancora di più e inutilmente, le pene dell'inferno. Anche noi, però, come Levi, ad Auschwitz ci siamo chieste dove fosse Dio. Ed anche qui non siamo riuscite a trovare una risposta. Si poteva e si deve solo pregare che nessuno abbia più da vivere e conoscere, come scriveva Levi, cosa un uomo sia capace di fare ad un altro uomo. Pregare Dio che non accada, mai più, così come era Dio ad essere invocato nella preghiera, lo Shemà (“Ascolta”) che gli ebrei recitavano, forse anche i nostri familiari, mentre si incamminavano, spogliati di tutto, verso le docce.
Come diceva Silvia, la nostra storia familiare era stata un incubo, ma, al tempo stesso, quest'incubo ci imponeva di portare a tutti la testimonianza di quel che non doveva e non dovrà mai più accadere: l'odio tra persone di diversa razza, religione o opinione. Perché ogni persona va giudicata singolarmente, solo per le sue azioni, senza alcun pregiudizio.
Per questo motivo Silvia riprese gli studi di lingua e letteratura ebraica, in cui sapeva sia leggere che scrivere. Per questo motivo ribattemmo a macchina le pagine del nostro diario, in esilio a Santa Maria del Rango, accettammo in seguito che venisse pubblicato e tuttora talvolta lo rileggo. Per questo motivo Silvia si recò in più di una scuola a raccontare ai giovani la nostra vicenda e il nostro destino, di famiglia e di popolo.
La ricordo nel 1995, per il 50mo anniversario della Liberazione, qui a Riccione, in piazza Parri, quando venne invitata a tenere un discorso. Lo concluse leggendo il testo della lapide posta all'ingresso del campo di concentramento di Fossoli, dove tanti, come Primo Levi e come mamma, erano stati reclusi prima del viaggio per Auschwitz. E quel testo era un auspicio, non di odio, ma di redenzione. Come amava ripetere lei, “sopra ogni cosa ci deve essere un segno di pace, di shalom.”
Io, se oggi potessi dire qualcosa a un giovane, della guerra gli direi che è una cosa tremenda, ingiusta. A noi, che la vivemmo da oppresse, sembrò una tragedia senza fine, prima sotto i fascisti e poi ancora di più sotto i nazisti. E non ho scordato che è stata proprio la gente più povera e umile, i contadini di Cingoli e dintorni, a salvarci la vita e a proteggerci con il loro silenzio.
E ai giovani l'ho detto, perché, dopo la morte di mia sorella, almeno finché la salute me lo ha permesso, pur avendo un carattere più introverso, ho preso io questo impegno degli incontri con le scuole.
Ricordo un invito al liceo scientifico di Riccione, qualche anno fa. In una grande aula erano state radunate più classi, ma i ragazzi rimasero molto attenti, dall'inizio alla fine. Chiesi subito che fossero loro a porgermi delle domande, perché credevo fosse il miglior modo per interessarli. Ed erano quasi sempre domande sensate, ben poste. Una in particolare fu se serbassi ancora, anche oggi, rancore nei confronti dei tedeschi. Ed io allora raccontai della prima volta, nel dopoguerra, in cui ne incontrai di nuovo. Proprio qui a Riccione, in un cinematografo.
Era estate, eravamo in un'arena e un gruppo di tedeschi in vacanza si mise a sedere proprio nella fila davanti alla mia. Dopo anni risentivo quella lingua che non ho mai voluto imparare. Ed ebbi una stretta al cuore. Non posso dire che fosse odio, perché non conosco quella parola e non avrebbe mai senso, ma rancore sì. E quella volta fu dura frenare l'istinto di prenderli tutti a pedate, ma per fortuna ressi. Poi, col tempo, un po' di quel rancore è passato, sapendo che non tutti i tedeschi erano uguali. Allora come ora, c'erano, ci sono e ci saranno le persone buone e quelle cattive, tra i tedeschi e come in ogni altro popolo.
Perdonare i responsabili, però, quello non si può. Non è giusto. Perché non si possono infliggere dolori così grandi, lavandosene la coscienza. Perché non si può morire in un modo così barbaro. E a noi, che siamo rimaste vive, è rimasto un altro dolore: quello del ricordo degli ultimi istanti di vita dei nostri cari. Come quando ripenso a mia madre, poveretta, a cui era stato asportato un seno, costretta a spogliarsi all'arrivo ad Auschwitz e poi a marciare nuda verso le docce. Verso il gas, tutti condannati a morte senza neanche saperlo. E ripenso, conoscendola e ricordandola, a quanto debba aver sofferto in quel momento, mostrarsi davanti a tutti con un solo seno, come se si stessero prendendo la sua dignità appena prima della sua vita, umiliandola in quel modo, come se l'avessero uccisa ancora prima del gas. E' questo il dolore tremendo del nostro ricordo, che ci tormenta ogni volta che li pensiamo, che si rinnova ogni giorno. Purtroppo è successo. Diciannove persone della nostra famiglia, scomparse in questo modo. Per quanto ci faccia male, non possiamo dimenticarle.