La Città Invisibile - Oggi, se potessi parlare ad un ragazzo, gli direi

Goffredo a 16 anniOra, quando alla tv vedo le immagini della guerra, di quella guerra, lo dico francamente perché ho una certa età, non ci penserei due volte a tornare a combattere contro coloro che ci hanno trattato come bestie. Partirei anche domattina. Io.
Ma quello che abbiamo vissuto non lo augurerei mai a un ragazzo di oggi. Perché la guerra è la rovina di ogni popolo, è lo sterminio della povera gente, al fronte e non solo. E impone sacrifici troppo grandi per non lasciare il segno in chi li vive.
Io spesso dico che l'agricoltore, quando pianta un seme, ha bisogno di appoggiare la pianta a un sostegno, perché possa crescere meglio e dare un bel frutto. Ecco, quel sostegno è ciò che è mancato a quelli della mia generazione. Abbiamo affrontato quella disgrazia restando più fragili. In qualche modo, anche restando vivi, l'abbiamo pagata. E non lo merita nessuno al mondo.

Athos a 20 anniOra, quando alla televisione vedo le immagini della guerra, di ogni guerra, mi viene in mente quello che ho passato io. E' stata un'esperienza così brutta che, ancora oggi, quando riprendo in mano quei fogli su cui nell'agosto del ‘45 scrissi i miei primi ricordi, quando provo a leggerli, anche se sono solo, vengo preso dalla commozione e mi viene da piangere. Per le condizioni in cui eravamo, per tutto quello che abbiamo sofferto.
E quando ho rivisto un documentario sulla ritirata tedesca dal fronte polacco, non potevo non pensare al fatto che lì c'ero anch'io. Prigioniero. Ho ancora i brividi quando rifletto su tutto quello che è accaduto e a quello che, in più, poteva accadere.
Se potessi parlare della guerra a un ragazzo che ha ora i vent'anni che io avevo allora, vorrei tanto che capisse, davvero, cosa sia stata, ma si può essere compresi, davvero, solo da chi ci è passato, da chi ne è uscito vivo. I giovani di oggi la vedono alla televisione, mentre si combatte altrove, e non possono capire cosa significhi esserci dentro. Non possono capire cosa significhi avere come unico obiettivo quello di sopravvivere.
Io stesso ho smesso di raccontarla, perché chi mi ascolta non può crederci, non può spingersi a pensare ad un'esperienza così atroce. E' troppo lontana dal nostro presente. E quel che ieri è successo davvero, oggi, finisce per sembrare inverosimile. Lo dico sinceramente, purtroppo. Non si riesce a crederci, ma tutto questo è accaduto.

Dino a 22 anniQuando mi guardo indietro e ripenso alla guerra che ho vissuto mi commuovo, perché mi chiedo, con tutto quello che mi è successo, come io sia riuscito a sopravvivere. Finché resterà vivo qualcuno tra noi che ha vissuto questi eventi, potrà testimoniare che tutto quello che ho raccontato è vero. E mi scuso con tutti coloro che, senza volerlo, ho tralasciato nel mio racconto, pur avendo diviso con me lo stesso destino.
Ogni guerra è una tragedia immensa, questo non va dimenticato, e, quando alla televisione vedo le immagini di quelle dei nostri giorni, penso che gli uomini dovrebbero abolirla, che non dovrebbe esistere nemmeno come ipotesi. Se non sono capaci di farlo, è perché la guerra è una creazione di Dio, la sua opera più brutta. Chi altri potrebbe crearla? Se è Dio ad aver creato tutto, chi altri avrebbe il potere di provocare una tale distruzione? Perché se è opera degli uomini, allora è opera di pazzi e del dio a cui credono.
Lo dice uno che li ha visti combattere, quei tedeschi alti, belli, ancora più giovani di me, eppure capaci di tutto, anche di lottare uno contro mille, perché così plagiati dalla cultura della guerra da non rendersi conto di quel che stavano facendo e della morte che stavano seminando. Più di cinquanta milioni di morti per quella tragedia, sotto la guida di Hitler. E di Mussolini, che scelse di condividere quello stesso destino, per sè e per i giovani della sua terra.
E non è solo questione dei tedeschi di allora. I pazzi vengono da tutte le terre.
Prima che Khomeini salisse al potere, mio genero aveva lavorato come ingegnere petrolifero in Iran. Lì sono nati anche alcuni dei miei nipoti. E i suoi amici, quelli che hanno scelto di rimanere, gli hanno raccontato di come i soldati, nella guerra contro l'Iraq, venissero mandati a morire con la medaglia al collo che prometteva loro il paradiso.
E so da mio padre che, durante la prima guerra mondiale, ai soldati della Brigata Sassari, quella che venne distrutta sette volte e sette volte ricostituita, i cappellani militari raccontavano che morendo per la patria, anche lì, si andava dritti in paradiso.
Se potessi parlare a un ragazzo che ha ora l'età che io avevo allora, che cosa potrebbero capire dalle mie parole? Voi ora non potete neanche immaginarlo. Io ricordo le canzoni che facevano cantare ai giovani delle colonie, quelle che inneggiavano alla morte gloriosa in battaglia, e mi sembravano assurde. La virtù dei giovani è il coraggio, ma dovrebbero usarlo per vivere d'amore, nella pace, non per ammazzarsi l'un con l'altro. Le loro madri ancora li attendono e piangono. E, per capirla davvero, la guerra, bisogna vederli davvero, i morti. Bisognava essere lì, mentre ero nella terra di nessuno con Max, vederlo con i propri occhi, mentre i tedeschi falciavano, uno dopo l'altro, i gruppi di soldati che gli inglesi mandavano in avanscoperta e a morire. Di continuo. E poi vedere le valanghe di vermi bianchi uscire dai cadaveri gonfi dei soldati. In fila nei fossi, con i capelli che ancora si muovevano nel vento, erano diventati tutti uguali. Perché la guerra è la cosa più brutta che esista. Spero con tutto il cuore che non la conosciate mai, ma altrettanto che non vi capiti mai di dimenticarlo.

Teresa a 8 anniAdesso, quando alla tv vedo le immagini della guerra, mi sento rabbrividire. Io personalmente non ho rischiato la vita, come è accaduto a mio marito, ma, non avendo dimenticato tutto quello che ha così cambiato le nostre vite, non riesco a capire come si possa pensare, ancora, di fare una guerra.
Eppure, se potessi rivolgermi a un bambino che ora ha l'età che io avevo allora, non saprei cosa dirgli. Perché io stessa allora non sapevo cosa significasse morire. Ero terrorizzata. Avevo paura, molta paura. Dei bombardamenti. Degli aerei che ci volavano sopra la testa, mentre si tentava di vivere come se niente fosse e mia madre preparava la sfoglia. Avevo paura di tutto.
Io vorrei solo che quel bambino non provasse la mia stessa paura, quella che provo tuttora quando vedo quelle immagini. Eppure le devo vedere, non posso evitarlo, non so perché, ma sento di doverlo fare.

Rodolfo a 10 anniLa guerra è spaventosa, è fatta di morti. E a vederne le immagini alla televisione mi arrabbio, perché è ancora parte della nostra realtà. E non ne sopporto la retorica della conquista con cui viene presentata.
Della guerra, per comprenderne la tragedia, occorrerebbe vedere quello che, appunto, non viene mostrato. Anche perché è la stessa gente a voler rimuovere, dai suoi racconti, la parte brutta. Come coloro che, tornati dai campi di concentramento, non ne hanno mai più voluto parlare.
Qualche anno fa, io e mia moglie siamo stati al sacrario di El Alamein e abbiamo pianto insieme, nello scorrere le loro età, nello scoprire le armi inadeguate di cui erano dotati. Sono questi i luoghi in cui, piuttosto, porterei un ragazzo, che ha oggi l'età che avevo io allora, queste le immagini che gli mostrerei. Senza dirgli niente. Perché anche a me, quando ero ragazzino, raccontavano più volte della prima guerra mondiale, dell'aspetto eroico e retorico dello sforzo bellico, eppure a me non interessava, mi infastidiva.
E invece penso che, partendo dal prezzo che si paga, sia questo il modo migliore perché poi sia lui, quel ragazzo, a volerne sapere davvero, a chiedermi di ciò che l'ha colpito, a domandarsi se ne sia valsa la pena.

Frangiotto a 10 anniOra, quando alla televisione vedo le immagini della guerra, penso una cosa molto strana. Noi tutti partiamo dal principio che il mondo sia un fatto certo, che tutte le mattine il sole si leverà da oriente, che un domani arriverà. La guerra, invece, si prende queste certezze, lascia ogni persona in balia di un destino senza futuro e su di noi ora, se la rivivessimo, avrebbe un effetto terribile, perché siamo troppo abituati alle nostre sicurezze, al nostro benessere, a tutto quello che in realtà è superfluo.
A un bambino che adesso ha l'età che io avevo allora, non saprei cosa dire, non direi nulla, anche perché io stesso alcune cose le ricordo poco e la mia conoscenza è vaga, ma trovo giusto che chi sa e l'ha vissuta ne parli, così come mia madre spesso continuava a raccontarcene in casa.
Penso che sia fondamentale che non si dimentichi quella nostra precarietà di un tempo, perché, solo alla luce delle certezze che perderebbe, ogni persona capisce realmente quanto sia importante evitare qualsiasi guerra, specie per tutte quelle generazioni che hanno seguito la nostra e non hanno alcuna percezione di cosa significhi.
Mi viene da pensare a quello che è un tumore per ciascuno di noi: qualcosa di irreparabile, di tremendo, che cambia radicalmente tutta la tua vita e quello che ti attende. Quando quel tumore colpisce un'intera società, quella è la guerra. E non mi riferisco solamente a quelle che si combattono con le armi, ma a tutte quelle situazioni, ovunque nel mondo, in cui alle persone manca il necessario, l'indispensabile, per arrivare ad avere un domani.
Non dovremmo mai dimenticarcene.

Germano a 6 anniQuando alla tv vedo le immagini della guerra, mi immedesimo, mi rivedo bambino, un ragazzo di strada, un sciuscià. Sempre con la testa pelata, col ciuffino alla Umberto, i pantaloni corti e rappezzati, gli zoccoli ai piedi, una gran miseria. Nonostante tutto, però, c'erano anche più sentimenti, ci sentivamo più vicini gli uni agli altri. Oggi c'è troppo individualismo, non frega più di niente a nessuno. O forse sembra solo che sia così.
Ma se potessi parlare con un bambino che ha, ora, la mia età di allora, gli direi che la guerra è la cosa più brutta che esista. E, prima ancora, è brutta perchè ci viene inculcato un odio innaturale verso gli altri popoli, quando invece siamo tutti esseri umani. Quel martellamento continuo che capitò alla mia generazione, quando eravamo ragazzini, ci fece credere di essere superiori. Noi, l'Italia, la Roma antica, l'aquila imperiale. Le altre erano razze inferiori. E invece non è così.
Ai miei tempi, però, non c'era la comunicazione che ora è possibile avere. Non c'erano libri e riviste. E tra noi chi è che comprava il giornale? Qualche bagnante, mica noi. E poi ti veniva raccontato quel che volevano loro. Oggi invece è diverso e questo mi dà più fiducia. Qualche anno fa, ad esempio, sono andato alla scuola media di mia nipote a raccontare delle vicende della guerra. E' stata un'esperienza molto bella. Ai ragazzi di oggi sembra impossibile che tutto questo sia realmente accaduto, è difficile da credere nel mondo in cui crescono, ma poi sono rimasti tutti in silenzio ad ascoltare. E poi a fare domande su domande. Sì, è successo davvero.

Ennio a 20 anniOra, quando a volte parlo della guerra con i miei figli e nipoti, cerco di rendere loro l'idea di quanto sia stata orribile, ma so anche come non sia possibile. Chi è venuto dopo non può capirlo davvero, nemmeno davanti alle immagini che la televisione trasmette delle guerre di oggi. Non si possono capire neanche le cose più piccole e quotidiane. Perché non bisogna solo guardare ai combattimenti, agli eserciti, alle armi, alle distruzioni. Bisogna soprattutto guardare a chi resta sullo sfondo, alla gente comune, per capire che la guerra prende tutto anche delle loro vite, perfino le cose più semplici. E spesso la vita delle persone a cui si vuole bene, come è accaduto anche a me che, a diciassette anni, ho perso la guida di mio padre sotto una bomba. Per queste ragioni, io ancora mi emoziono, mi inquieto, ogni volta che vedo alla televisione le immagini di una guerra. Ripenso a quello che ho passato. A quello che abbiamo passato, al disastro nel quale abbiamo vissuto.
I giovani di oggi sono diversi da noi, dalla nostra generazione. E anche questo mi inquieta. Sono troppo ripiegati su loro stessi, su troppe frivolezze. Oggi i ragazzi hanno tutto che vogliono, subito, e sognano di diventare come i loro divi, di vivere come loro. Non sono queste le tappe attraverso cui una persona diventa matura e responsabile. La stragrande maggioranza di loro non si cura di quel che accade intorno, non si rende conto di quel che hanno un passo, di quel che potrebbe avvenire. E ne sono molto preoccupato perché attraversiamo tempi difficili, momenti in cui le guerre tornano a farsi vicine, anche se solo in pochi ne hanno la percezione. E' tutta la vita che si è fatta più difficile: c'è la disoccupazione, c'è la flessibilità, ci sono tante persone laureate e preparate che, anziché essere messe nelle migliori condizioni per rendersi utili, per campare finiscono a fare altri mestieri. Conosco ingegneri e architetti, a Rimini, che per sbarcare il lunario fanno i netturbini. Questa è la situazione, grave.
Se i giovani non trovano la forza di cambiare, davvero può finire male. Non succederà nulla, me lo auguro altrettanto sinceramente. E mi vorrei sbagliare anche solo nel pensarle queste cose. Vorrei che la mia fosse solo un'impressione, non la realtà dei fatti. Ma credo che se ora dovesse accadere qualcosa in Europa, una qualsiasi crisi per una qualsiasi ragione, dunque peggiorare ancora di più le cose, allora c'è da mettersi a piangere perché i giovani di oggi non sono preparati.
Noi eravamo diversi. Non è una questione legata al mio impegno politico, no, è un discorso più ampio legato alle sofferenze che abbiamo attraversato, alla forza che abbiamo dovuto trovare in noi stessi, all'interesse che abbiamo dovuto mettere su quanto ci toccava da vicino, all'impegno nella risoluzione dei problemi che ci coinvolgevano tutti.